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L'indifferenza è il peso morto della storia. È la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall'impresa eroica

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DanieleG
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Profili U.S. Avellino
Gianluca “Gil” De Ponti, il figlio delle stelle.


 
(versione completa su Avellino1912)
 
Quella di Gil De Ponti, purtroppo, non è una storia semplice; non si può raccontare soltanto dei suoi gol, del suo carattere stravagante, dell’ardore con cui si batteva in campo, della sua esperienza ad Avellino. Non si può evitare di affrontare il tema della sua malattia e del focolaio di “morti sospette” avvenute sull’asse macabro Cesena-Bologna (club in cui ha militato tra il 1975 ed il 1978 prima di giungere ad Avellino) sul quale da tempo indaga il giudice Guariniello.

Gianluca De Ponti, detto Gil (Firenze, 14 luglio 1952), esordisce in Serie A poco più che ventitreenne, il 12 ottobre 1975, con la maglia del Cesena alla “Fiorita”, contro la Roma. Si è fatto conoscere sui campi polverosi del calcio dilettantistico realizzando 62 reti in 82 partite. Cresciuto nell’Impruneta e trasferitosi successivamente alla Terranuovese, in quattro stagioni tra i dilettanti realizza 62 reti (44 gol su 54 presenze nell’Impruneta, 18 gol su 28 presenze nella Terranuovese). Di lui si ricorda anche una geniale inserzione sul settimanale sportivo Guerin Sportivo: “Centravanti sfondareti offresi”, si legge nella rubrica dedicata ai lettori. Una stagione in C, a San Giovanni Valdarno (Sangiovannese) con 14 reti in 32 presenze e poi la A, nel Cesena di Marchioro, dove colleziona 30 presenze e 9 reti in due stagioni.

A Cesena resta per due stagioni, 30 presenze e 9 gol, per trasferirsi successivamente al Bologna, all’Avellino, alla Sampdoria ed all’Ascoli.

E’ tra le fila biancoverdi che realizza il suo primato personale di otto reti in massima divisione (sette nella stagione seguente); rientra a Bologna nell’estate del 1982, dopo la prima retrocessione dei felsinei in Serie B e segue i rossoblu anche in Serie C1 per poi contribuire, pur con una sola rete all’attivo, all’immediato ritorno fra i cadetti della stagione 1983-84.

Nel 1985 si trasferisce nel campionato maltese con la maglia dello Żurrieq, dove già milita il suo ex-compagno dei tempi del Bologna Adelmo Paris, e con cui vince la classifica cannonieri nella stagione 1985-1986 con 8 reti all’attivo.

Come detto, è nell’Avellino di Rino Marchesi, stagione 1978-79 che trova gloria realizzando il suo primato personale di reti in massima divisione (8). E’ il primo anno che l’Avellino gioca in serie A, l’anno della salvezza insperata e raggiunta grazie al 3-3 a Torino contro la Juventus nell’ultima giornata di campionato (2 gol di De Ponti). E’ stato scelto Rino Marchesi quale nuovo allenatore mentre Carosi, che da tempo ha raggiunto l’accordo con la Fiorentina, a malincuore conclude il suo rapporto con l’Avellino. Gianluca De Ponti, prelevato dal Bologna, è tra i nuovi calciatori giunti in città ed in preparazione a Castel Del Piano. Nelle fila rossoblu Gil ha realizzato 7 reti in 25 gare e ad Avellino c’è bisogno di qualcuno in attacco che finalizzi il gioco. Il fiuto per il gol e l’opportunismo di Gil sono una garanzia per l’Avellino di Marchesi che ha bisogno di uomini esperti ma anche di gol pesanti.

Toscanaccio quanto basta, guascone al punto giusto, un ribelle del calcio poco incline a seguire le direttive di società e allenatore, polemico a volte sino alla noia, una lingua affilata soprattutto contro gli arbitri. Eppure simpatico.

A Bologna come ad Avellino si ricorda il suo carattere stravagante. Capelli lunghi, baffoni, porta disinvoltamente un’oca al guinzaglio, passeggiando per la città; frequenta con la stessa naturalezza boutique ed osterie; chiede rispetto per la capigliatura riccioluta, curata spesso con lampi di sole. Ama divertirsi e ballare nelle discoteche tanto che viene presto soprannominato “figlio delle stellle” dal titolo della canzone di Alan Sorrenti che và in quel periodo. E la sua estrosità viene premiata dato che riesce sempre a farsi volere bene. Anche perchè De Ponti non solo è simpatico ma fa gol!
Quello del 14 settebre 1980 è il suo ultimo gol con la casacca biancoverde. Siamo all’inizio della stagione 1980-81, quella delle avversità: di lì a poco la città vivrà il trauma del terremoto e la squadra parte con 5 punti di penalizzazione dovuti allo scandalo del calcio scommesse. Anche i giorni di ritiro che precedono il campionato sono burrascosi: l’amministratore delegato Sibilia lotta con quasi tutti i calciatori al fine di ottenere l’accettazione della decurtazione degli ingaggi. De Ponti decide di andare via ma poi è convinto dal tecnico Vinicio, alla vigilia del primo incontro stagionale di Coppa Italia, contro il Milan. In campionato l’Avellino riesce a guadagnarne subito due punti vincendo sul campo del Brescia: è il 4° minuto e la rete è la prima in assoluto della nuova stagione di serie A. Per quel record, De Ponti ottiene 700 bottiglie di vino, messe in palio da un enologo abruzzese. Poi Sibilia decide di cedere il calciatore alla Sampdoria in serie B, ottenendo in cambio il difensore Venturini e conguaglio. A Genova colleziona 29 presenze e 10 gol vivendo la promozione della squadra doriana. La stagione successiva è in A con l’Ascoli (4 reti in 29 presenze), poi le due stagioni con il Bologna e l’avventura maltese con il Zurrieq.

Purtroppo, come anticipato, la storia di Gil De Ponti è anche la storia di una malattia, di dubbi che si insinuano, di strane coincidenze, di intrecci. Che rendono al lettore una situazione quantomeno inquietante.

La sua disavventura inizia nel 1995 quando in B con l’Avellino è il secondo di mister Papadopulo: ha un bernoccolo in testa che continua a crescere; si fa visitare ed il verdetto è meningioma (tumore benigno) ma va asportato. A Firenze c’è il professor Mennonna (quello che operò d’urgenza Antognoni dopo l’infortunio al cranio del 1981). Dodici ore di operazione al policlinico di Careggi ma dopo un po’ De Ponti riprende la normale attività tra le fila biancoverdi. Successivamente però comincia ad avvertire la perdita di sensibilità nella gamba sinistra, accompagnata poi da fortissime emicranie che neppure gli analgesici riescono a contrastare. La situazione precipita e, dopo essere stato colpito da un’emiparesi sinistra, è necessario il secondo intervento d’ urgenza a quattro anni di distanza dal primo. Altra operazione, 15 ore, ed un altro verdetto: plasmocitoma ovvero tumore maligno. Non solo la malattia ma tanti disturbi: semiparesi, giramenti di testa, vista laterale limitata, attacchi di panico. Invalidità all’80%: impossibile guidare né correre e dunque allenare. Poi la beffa: nel ‘95 c’è stato un errore nella lettura dei vetrini: il tumore era maligno, non benigno. Per questo, assistito dall’avvocato Sandro Cosmai, comincia un lungo contenzioso, che dura tuttora in sede civile (la penale è stata prescritta) con i medici che sbagliarono la prima diagnosi.

C’è anche un altro fronte: vi sono in corso delle indagini sull’uso di farmaci nel mondo dello calcio; sono emersi i nomi di Bruno Beatrice e Giorgio Rognoni, due ex giocatori deceduti e suoi compagni di squadra nel Cesena 1976-77. A distanza di molti anni Gil, pur nutrendo dei dubbi sulle sostanze assunte a sua insaputa, non ha le prove di essere stato dopato e quindi dedica tutti i suoi sforzi per raggiungere la verità alla sua tragedia personale: «Su quei vetrini con i reperti istologici voglio invece andare fino in fondo. Se qualcuno ha sbagliato è giusto che paghi». Successivamente però i due episodi si intrecciano in modo molto più stretto ed inquietante.

De Ponti punta l’indice contro l’abuso di farmaci che è stata una costante lungo la sua intera carriera di professionista. E ripete: «Certezze non ci sono mai. A casa ho una decina di foto di squadre, piene di morti. Ho una foto del Cesena che ha più croci del cimitero di Campiombi». In più interviste, Gil snocciola la sua terribile lista: vi sono presenti i suoi compagni di Cesena, Bruno Beatrice (leucemia mieloide, 39 anni), Giorgio Rognoni (sclerosi laterale amiotrofica, 40 anni), Fulvio Zuccheri (2007, infarto, 49 anni), Francesco Brignani (1993, trombosi, 45 anni); poi quelli di Bologna : Tazio Roversi (cancro, 52 anni), Giuliano Fiorini (2005, tumore al pancreas, 47 anni), Giacomo Bulgarelli (cancro, 69 anni). Infine Avellino: il capitano, Adriano Lombardi (2007, sclerosi laterale amiotrofica – SLA, 62 anni). Quello di De Ponti è un terribile elenco di ex compagni di squadra che non ci sono più. Nessuno di questi, o solo alcuni, però, sono saliti alla ribalta della cronaca. Tra Cesena, Bologna, Ascoli, Sampdoria e Avellino ha perso quindici compagni. «Alcuni portati via da un infarto, altri dalla leucemia, altri ancora dal cancro. Io sono uno di quelli fortunati».

Tante morti non si riscontrano in altri sport come il ciclismo, che pure a carico ha una consolidata tradizione di doping. C’è chi pensa allora che la causa dei decessi (in percentuali enormemente superiori alla popolazione normale) vada ricercata nelle sostanze chimiche usate per curare l’erba dei campi di gioco. «Non ci credo – chiosa scettico De Ponti – Alcuni dicono addirittura che moriamo come le mosche per via della troppa fatica fatta in carriera… Io preferisco pensare a tutte le volte che sono sceso in campo ancora indolenzito dalle botte della domenica precedente grazie a flebo e infiltrazioni. E non capisco come i calciatori di oggi possano esprimersi ogni tre giorni a certi ritmi che noi nemmeno ci sognavamo».

Gil non accusa soltanto ma argomenta:

«Prendevamo di tutto in quei tempi. C’era a disposizione un sacco di Micoren, lo prendevamo tutti…Era un farmaco consentito e ci dicevano che aiutava a smaltire la fatica…Facevamo le iniezioni di antinfiammatori, poi ci davano i ricostituenti, una puntura al giorno, chissà cosa c’era dentro…Quando avevi la pubalgia ti infilavano un ago lungo così sotto i testicoli: si cura ancora così la pubalgia?. Dal momento che fumavo mi facevano anche delle flebo per disintossicarmi dal fumo. I medici prescrivevano questi farmaci e i massaggiatori li somministravano…Il calcio di oggi? Non so come facciano a giocare tanto: in uno dei miei migliori anni al Bologna feci una trentina di partite e segnai nove reti. Spesso si andava in campo ancora indolenziti per le botte prese la domenica precedente…Io mi chiedo: come si fa a non aprire gli occhi sugli anni settanta?». Si spiega così la sua battaglia contro i troppi misteri e le omertà che hanno funestato l’ambiente calcistico. Non possiamo che essere al suo fianco in questa lotta allo scopo di raggiungere una verità sulle tante malattie e morti che molti ritengono legate alle sostanze usate in quei periodi. E come omaggio al suo ardore anche in questa partita, ci parè bello ricordare il coro del Partenio che inneggiava: “Quando segnerà De Ponti, tutti insieme canteremo: alè, alè, alè lupi alè!“.

 
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