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Lucio

Ultimamente, è riemersa con slancio alla ribalta giornalistica un'antica diatriba tra chi considera gli insegnanti una sorta di "fannulloni" e chi li ritiene addirittura dei "missionari". Due estremi antinomici, ma entrambi non rendono giustizia alla categoria docente. Quindi, c'è chi ha l'ardire di ipotizzare incrementi dell'orario obbligatorio di servizio, benché a parità di retribuzione. Ora sorvolo sulla circostanza, di cui chiunque sia intellettualmente onesto oserebbe dubitare, che un notevole carico di lavoro e di studio è svolto ogni giorno nei tempi extrascolastici e in forma gratuita. Non si tratta di adempimenti volontari, bensì di lavoro extra, che si offre oltre l'orario di lezione, indispensabile o funzionale all'attività didattica. Altrimenti, chi corregge i compiti e chi prepara le lezioni, chi compila i registri ed altri documenti burocratici (cartacei e digitalizzati) e via discorrendo? In ogni caso, mi preme porre in rilievo un aspetto della professione docente, svilita da decenni di campagne ideologiche a dir poco infamanti, condotte da destra a manca. Stando alla mia memoria e alla mia esperienza, ho avuto modo di notare come nel mondo della scuola italiana prevalga una corrente ideologica clericaleggiante, una visione religiosa che, con una buona dose di ipocrisia, concepisce l'opera pedagogica nei termini di una "missione", per la quale gli insegnanti dovrebbero lavorare in base ad una "vocazione", prestando quindi una mole di lavoro a titolo gratuito. Ma per quale strana e bizzarra ragione, per i bidelli non è così? Idem per avvocati, medici ed infermieri? E per gli altri professionisti? Per tutte le categorie di lavoro dipendente, del comparto pubblico e privato, tranne gli insegnanti, le ore lavorative eccedenti sono retribuite in modo decente. In sostanza, gli unici ad essere umiliati e derisi sono proprio i presunti/sedicenti "missionari" della scuola. Nel contempo, c'è chi si ostina ad insinuare che gli insegnanti siano dei "lavativi". Ebbene, che si mettano d'accordo tra loro: siamo missionari o nullafacenti? Nulla di tutto ciò. In realtà, molto più laicamente, dovrebbero qualificarci come dei "professionisti", da rispettare e retribuire in quanto tali, vale a dire in termini più dignitosi.

Lucio Garofalo
 

Nella mia lunga carriera professionale mi sono imbattuto in prevalenza in due diverse tipologie di dirigenti scolastici. La prima categoria, forse la più diffusa nel mondo della scuola, è quella del preside dispotico, che tratta l'istituzione in un modo autocratico e verticistico, scambiando l'autonomia scolastica per una tirannide di tipo individuale e stimando i rapporti interpersonali in termini di supremazia e di subordinazione. Questa figura non predilige affatto le norme e le procedure di carattere democratico, bensì preferisce scavalcare gli organi collegiali ed assumere ogni decisione in maniera arbitraria e discrezionale senza consultarsi con nessuno. Inoltre, costui si pone sempre in modo protervo ed autoritario, esibisce un cipiglio severo per intimorire e mettere in soggezione gli altri. Ed abusa sovente dei propri poteri, perpetrando facilmente angherie o soprusi nei riguardi dei sottoposti, trattati alla stregua di sudditi privi di ogni diritto e tutela, con i quali si comporta in modo inclemente. La seconda tipologia, che è probabilmente la più pericolosa, è quella del dirigente affarista e demagogo, che potrebbe sovrapporsi o coincidere con il tipo assolutista. Un dirigente siffatto tende a concepire la scuola come una sorta di proprietà privata e la sfrutta per scopi di lucro e prestigio personale, per cui la gestisce in modo tale da trasfigurarla nel più breve tempo possibile in un vero "progettificio scolastico". In tal senso si adopera per reperire finanziamenti economici aggiuntivi stanziati a disposizione delle scuole, da cui attingere ed elargire i fondi senza criteri equi, applicando logiche di tipo clientelare e paternalistico al fine di premiare una cerchia oligarchica composta dallo "staff dirigenziale". Da un simile assetto politico-gestionale discende un carrozzone di stampo assistenzialistico carico di una pletora abnorme di iniziative didattiche e progettuali eccedenti, con scarse ricadute ed incidenze positive sulla formazione educativa e culturale degli studenti. Una simile sovrabbondanza di sovvenzioni e contributi finanziari è funzionale in primis a beneficiare un'esigua minoranza di insegnanti che supportano il dirigente. Inoltre, esiste un'altra tipologia, ossia quella del preside umano, con pregi e difetti caratteriali. Si tratta, senza dubbio, di un esemplare assai raro, ma è l'unico che ispiri la mia simpatia, la mia  stima e la mia approvazione sincere. Infine, qualcuno mi risponda sul potere di "chiamata diretta" dei docenti in base a criteri discrezionali o arbitrari dei presidi. Temo che non sia il miglior antidoto rispetto alle pratiche clientelari, già diffuse nel mondo della scuola. È ovvio che tali fenomeni rischieranno di acuirsi ed estendersi a macchia d'olio. In buona sostanza, la legge 107/2015 ha sterzato bruscamente in direzione aziendalista e liberista, stravolgendo ulteriormente l'assetto e l'architettura istituzionali della cd. "autonomia scolastica". Un'infelice, grottesca ed inquietante caricatura di "sceriffo" (ovvero una sottospecie burocratica di "manager privato") detiene anche il potere discrezionale di assegnare, mediante meccanismi di nomina diretta, sede e cattedra di insegnamento, oltre a determinare addirittura cosa e come insegnare. In altri termini, la tanto vilipesa e bistrattata "libertà didattica" mi pare destinata a farsi benedire in maniera definitiva.

Lucio Garofalo

Il 6 e 7 giugno, nell'Auditorium di Torella dei Lombardi si è svolta la prima parte di un modulo formativo riservato ai docenti dell'Istituto Comprensivo "V. Criscuoli" di Sant'Angelo dei Lombardi. Già il titolo del corso, "Cineforum e Formazione", è molto eloquente: è un percorso di auto-formazione articolato in quattro sedute pomeridiane di tre ore ciascuna. L'idea di fondo si è incentrata sulla formula del cineforum ed è scaturita dall'esigenza di strutturare le esperienze di formazione secondo modalità piacevoli, coinvolgenti ed alternative. Durante i primi 2 incontri sono state proiettate le quattro puntate dello sceneggiato "Diario di un maestro", prodotto e trasmesso dalla Rai nel 1973, regia di Vittorio De Seta, interpretato dal compianto Bruno Cirino, un validissimo attore napoletano proveniente dal teatro di Eduardo De Filippo, prematuramente scomparso a causa di un incidente automobilistico. Per inciso, era il fratello maggiore di Paolo Cirino Pomicino, il noto esponente della corrente politica democristiana che faceva capo a Giulio Andreotti. Lo sceneggiato è liberamente ispirato ad un bel reportage narrativo: "Un anno a Pietralata", scritto da Albino Bernardini. Ho riscontrato, con piacere, che la trama dello sceneggiato è riuscita a catturare l'interesse della folta platea, che in genere si annoia a morte durante i corsi di aggiornamento tenuti a scuola. Dopo la proiezione si è aperto un vivace dibattito sulle tematiche suggerite dal film, aggiornate e trasferite nel contesto della realtà odierna della scuola. Il forum ha fornito quindi l'occasione propizia in cui ci siamo potuti confrontare in modo libero e sereno, raccontando le nostre esperienze ed opinoni personali, nonché i dubbi e le perplessità nutrite in materia di didattica alternativa e di pedagogia attiva, soffermandoci sui problemi più concreti e quotidiani della scuola, sui ragazzi in carne ed ossa, sulla loro sfera emotiva-affettiva-esistenziale, sui loro bisogni formativi ed interessi culturali, che dovrebbero essere posti al centro dell'agenda di chi governa l'istruzione pubblica, in luogo dei progettifici, delle scartoffie e della burocrazia digitale. Le prossime due date, il 12 e 14 giugno, gli insegnanti saranno impegnati in attività laboratoriali di gruppo e parteciperanno ad un seminario sulla dislessia, che farà seguito alla proiezione di un film indiano uscito nel 2007: "Stelle sulla terra".

Lucio Garofalo

Il fronte del No rappresenta una sorta di Armata Brancaleone che comprende soggetti di dubbio valore etico ed assai poco credibili in materia di Costituzione, in quanto l'hanno violata più volte: senza scomodare nessuno, rammento l'art. 11, in base al quale l'Italia ripudia la guerra, ma vari governi di centro-destra (con Silvio Berlusconi premier) e di centro-sinistra (Massimo D'Alema nel 1998) hanno calpestato la Costituzione per partecipare a spedizioni militari in Iraq o altrove e per concedere le basi italiane ai bombardieri statunitensi che massacrarono la Serbia. Senza parlare dei diritti e della dignità dei lavoratori, a dir poco umiliati da leggi (Pacchetto Treu varato dal governo Prodi, Legge 30, meglio nota come legge Biagi, promulgata dal governo Berlusconi) che hanno precarizzato il mondo del lavoro ed hanno compresso e svalorizzato duramente la vita del proletariato giovanile in Italia. Giusto per intenderci. Il fronte del No accomuna alcuni esemplari delle peggiori politiche del passato. Ma, dall'altra parte, nel fronte del Sì si affollano gli esponenti peggiori delle politiche attuali, che hanno macellato e mortificato ulteriormente i diritti dei lavoratori (Jobs Act, Buona Scuola) e la Costituzione. Insomma, è una "gara" tra chi è peggio. Ovviamente, io mi schiero per il "No" a prescindere da chi componga la coalizione (o l'accozzaglia, come dir si voglia) che si è creata a sostegno del No alla "schiforma" renziana. Mi esprimo per il No in virtù di motivi etico-politici, di merito e di metodologia politica, per ragioni di tattica contingente e di strategia politica. Ma aggiungo che la Costituzione non è un dogma e che lo Stato borghese non mi rappresenta nella misura in cui non mi riconosco affatto nelle sue marce e putride istituzioni e nella sua ipocrita e corrotta democrazia che privilegia e tutela solo gli interessi delle élites economiche dominanti a netto sfavore delle classi popolari subalterne. In ogni caso, ritengo che nell'attuale momento storico-politico contingente occorra schierarsi apertamente a sostegno delle ragioni del "No".

Lucio Garofalo

Provo a mettere un po' d'ordine tra le varie interpretazioni e le valutazioni più disparate che ho letto in questi giorni sulla vittoria di Trump (imprevista solo per i media "mainstream") alle elezioni presidenziali USA. A parte la scarsa credibilità etica e politica di una candidata sostenuta apertamente dall'establishment imperialista e guerrafondaio come Killary Clinton, questa ha perso soprattutto (a mio modesto avviso) a causa del clamoroso fallimento delle politiche sociali ed economiche perseguite dall'amministrazione Obama, la cui elezione suscitò enormi speranze tra gli strati sociali meno abbienti e maggiormente in difficoltà in seguito alla crisi economica. Invece, negli anni di amministrazione Obama le fasce della popolazione sprofondate al di sotto della soglia di povertà si sono addirittura estese, coinvolgendo quelli che un tempo erano considerati i ceti intermedi benestanti. Non a caso, ritengo che il voto più determinante per il successo presidenziale di SturmTrump sia probabilmente venuto dai ceti operai e piccolo-borghesi impoveriti dalla recessione e dalle politiche fallimentari dell'amministrazione Obama. A "decidere" le sorti degli USA e del mondo, "optando" per il fascio-populismo (il razzismo xenofobo, il sessismo, la misoginia e quant'altro Trump incarna agli occhi dei "radical-chic" scandalizzati) sono stati pezzi di proletariato e piccola borghesia statunitensi, che hanno visto deluse le speranze riposte in Barack Obama all'indomani della sua elezione nel 2008. Intendo dire che quanti negli USA stanno scendendo in piazza per manifestare la propria rabbia ed indignazione al grido di "Trump non è il mio presidente", dov'erano prima? Perché non si sono mobilitati contro le politiche interne (ed internazionali) intraprese dall'amministrazione Obama? È vero che abbiamo assistito al sorgere del movimento degli Indignati contro Wall Street ed i responsabili della crisi. Ma tale movimento si è spento assai presto, non si è radicato in modo capillare tra le classi operaie e lavoratrici statunitensi per dare vita ad un'opinione pubblica progressista di sinistra, radicalmente alternativa o antagonista rispetto al sistema (establishment) dominante. Si è "consolato" con l'appoggio al candidato più schierato a sinistra, ovvero Bernie Sanders, con l'esito politico-elettorale a cui oggi abbiamo assistito.

Lucio Garofalo

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