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Ritorno da due giorni di dibattiti e discussioni sulla questione libica e quella tunisina che, sebbene oramai sia passata in secondo piano, continua ad evolvere nell'indifferenza della maggioranza della pubblica opinione mentre il popolo tunisino ci chiede di essere sostenuto con coraggio e, soprattutto, onestà e non con l'ipocrisia che ci ha portati a mettere Ben Ali, nel 1986, sulla poltrona che ha occupato per troppo tempo. I soliti giochetti della politica internazionale e la cattiva coscienza di paesi come l'Italia, la Francia che hanno sostenuto l'affermazione di un governo di comodo in grado di garantire stabilità in un'area strategicamente cruciale, una stabilità a cui abbiamo sacrificato quei valori di libertà e quei diritti che tanto ipocritamente l'occidente ha promosso... con le bombe! Sono stati due giorni importanti di testimonianze e di confronto con esperti autorevoli ma dai quali è emersa anche una triste verità: la mancanza di informazione per la maggioranza del pubblico, nel mio caso italiano, male o per nulla informato di problemi che affondano le loro radici lontano nel tempo e che, a prescindere dagli interessi, dalle personali propensioni, dall'orientamento politico o dall'età, ci riguardano tutti e da vicino. Parliamo di questioni complesse che non possono essere facilmente sintetizzate ma ci proverò, sperando di potere dare qualche utile informazione ai lettori.
È significativo, ritengo, che nello stesso anno in cui ricorre il 150enario dell’Unità Nazionale, ricorra anche il centenario dell’inizio della guerra per la conquista italiana della Libia. Un’impresa esaltata dai colonialisti d’ogni fatta e orientamento politico perché anche la neonata Italia unita potesse conquistare il suo posto al sole, il posto che le spettava tra le grandi potenze coloniali, per dare terra alla sua povera gente. La conquista della Libia si rivelò poi assai più complicata del previsto, avendo gli italiani grosse difficoltà a piegare la fiera resistenza locale guidata, dalla famiglia della Senussiyya, una confraternita religiosa forte soprattutto in Cirenaica (la regione orientale della Libia, oggi cuore delle rivolte) e nel sud dove si trovava il suo quartier generale, nell’oasi di Cufra. Nel sud e nell’est del paese, quindi, la confraternita resistì con tenacia alla penetrazione straniera. La svolta giunse con il fascismo e, in particolare, quando il duce concesse pieni poteri a Rodolfo Graziani per chiudere definitivamente l’annosa e ultradecennale partita libica. Il gerarca fascista non fu certo parsimonioso in brutalità, elaborando un piano d’azione per fare terra bruciata intorno ai resistenti, così da isolarli e privarli dell’appoggio popolare. Come? Semplice, rinchiudendo i cirenaici in campi di concentramento, dove si svolgevano esecuzioni sommarie che fossero da esempio per tutti gli internati e facessero loro capire a cosa sarebbero andati incontro in caso di ribellione contro gli italiani. Quegli italiani brava gente dei libri di storia che, a un occhio più attento, risultano tutt’altro che colonizzatori dell’ultima ora, conquistatori improvvisati e bonaccioni, portatori di un colonialismo fatto più di fraternizzazione con la popolazione locale che di bombe e colpi di fucile: una versione smentita dai campi cirenaici come dall’utilizzo dei gas nella nota guerra d’Africa ma questa è un’altra, drammatica storia. La conquista della Libia si concluse nel 1931, con la morte per impiccagione di Omar el-Muchtar, sessantenne fiero condottiero della resistenza, piegata dalla spietata determinazione fascista. Ancora oggi in Italia è censurato un film che racconta questa verità storica non così come la scuola ce la insegna ma vista dagli occhi dei libici, lasciando intendere chiaramente il dramma collettivo di questo popolo, il segno che l’esperienza coloniale ha lasciato sul loro immaginario collettivo.
L’occidente in generale ha faticato a fare i conti con il proprio passato coloniale e l’Italia, si può ben dire, non ci è mai riuscita se non in alcuni, isolati casi: Angelo del Boca, autore del più esaustivo studio sulla nostra presenza nella ex-colonia durante e dopo la conquista, intitolato “Gli italiani in Libia”, è stato addirittura minacciato di morte!
Il nostro paese ha sempre mantenuto rapporti più o meno espliciti con la Libia, anche dopo l’espulsione, nel 1970, degli italiani che vi vivevano e lavoravano, cacciati dal governo venuto al potere con il colpo di stato che aveva avuto luogo l’anno precedente e che era stato guidato da quel dittatore che noi oggi bombardiamo ma con il quale abbiamo intrattenuto rapporti più o meno cordiali, tanto da indurre Craxi, negli anni '80, a mettersi contro gli americani, per difendere il paese dalla loro offensiva militare volta a rovesciare il leader accusato di essere uno dei maggiori sostenitori del terrorismo internazionale, o a farci fare la figura degli imbecilli oggi che il nostro premier, dispiaciuto per la posizione in cui si trova Gheddafi, non vuole disturbarlo!
Tuttavia, alla Libia non ci lega solo la nostra cattiva coscienza coloniale ma anche la nostra ipocrisia di popolo di poveri emigranti mal vessati che, raggiunto un illusorio benessere, vogliono tenere fuori dalla porta il simbolo di tutte le sue paure: lo straniero. I nostri politici sono stati estremamente bravi nel manipolarci e far leva su uno dei sentimenti umani più profondi e potenti, la paura appunto. Se l’Italia è mai stata invasa dagli immigrati delinquenti e stupratori, lo è stata attraverso le sue frontiere di terra: le statistiche ufficiali, quelle dello stesso Ministero dell’Interno, affermano, infatti, che la maggior parte degli immigrati entra in Italia via terra, attraverso le sue frontiere nord-orientale, vale a dire quella parte del paese più accanita contro i “bingo bongo” africani provenienti dal sud. Attraverso la porta meridionale d’Europa, prima dell’accordo italo-libico e del baciamano del premier a Gheddafi, entrava il 15% del totale dei flussi migratori in ingresso nella penisola. Ma i media non hanno taciuto solo questo. I media hanno taciuto storie di grande umanità e coraggio, storie di uomini encomiabili che hanno saputo guardare al di là del colore della pelle, riuscendo a vedere semplicemente Uomini. Sono le storie davvero emozionanti di tutti quei pescatori siciliani che con una dedizione inimmaginabile hanno tante volte, in silenzio, effettuato operazioni di salvataggio straordinarie, partecipando del dramma di coloro che con mezzi di fortuna fuggivano l’inferno in cerca, almeno, del purgatorio. Nelle acque del Canale di Sicilia si sono spesso incontrati mondi così diversi che la legge del mare ha saputo avvicinare, andando al di là dei pregiudizi, con quella saggezza che è propria di chi fa lavori antichi e tanto duri. A queste storie di coraggio se ne affiancano tante di disperazione: il Mediterraneo è divenuto un cimitero nel quale non si contano i corpi risucchiati dalle acque. Storie di disperazione di quegli stessi marinai indotti a tradire la loro etica di solidarietà per non passar guai a causa delle legge del più forte: storie di capitani che invertono rotta per tenersi lontani da quegli stessi barconi che prima avrebbero fatto di tutto per portare in salvo o che arrivano a buttare un uomo a mare, nella notte, per non correre il rischio di perdere la barca, il lavoro, tutto. Questa legge del più forte ha nome e cognome: si chiama legge 189/2002, meglio conosciuta come legge Bossi-Fini, e il cosiddetto pacchetto sicurezza, a targa Maroni, del 2010.
Questa è la giustizia, la sicurezza che vogliamo noi italiani? Vogliamo la sicurezza anche a costo di essere complici di crimini spaventosi che si consumano nelle carceri nordafricane a danno di uomini e donne inermi, colpevoli solo di essere migranti e, per giunta neri? Vogliamo essere complici di stupri di donne e uccisioni di uomini a bastonate e calci? È questo che davvero vogliamo? Perché questa è la sorte a cui sono andanti incontro tanti migranti, arabi e africani, intercettati dalle nostre pattuglie in mare e rispediti in Libia; tanti migranti che Gheddafi, Ben Ali & co., hanno tenuto sotto controllo per la nostra tranquillità, e Gheddafi in particolare esasperando la sua gente messa in ginocchio da una duratura crisi economica. Così i libici hanno iniziato a ragionare come noi italiani: invasi dagli africani sporchi, criminali, portatori di malattie, pagani. Tanta violenza e tanta intolleranza.
Ma tutto questo non ci ricorda niente? La barbarie appartiene ad ogni popolo: ogni uomo porta in sé istinti primitivi che possono in qualsiasi momento riemergere. Negli ultimi anni sono riaffiorati quelli più bassi e beceri annidati nel cuore degli italiani accecati dalla paura, affamati dalla crisi e fuorviati da una classe politica che, per distogliere l’attenzione da sé ha preferito mettere uomo contro uomo e oggi continua a farlo. Ho sentito un ragazzo siciliano dire: “A Lampedusa non stanno sbarcando: a Lampedusa ce li stanno portando”.
Dalla fredda Torino, Susanna Camusso, il segretario nazionale della CGIL, ha saputo efficacemente sintetizzare quello che sta accadendo qui, nel profondo sud:
“Un Governo che lascia che a Lampedusa ci siano più profughi che abitanti e che ricostruisce la stessa situazione a Mineo e che davanti alle proteste dice 'facciamo le tendopoli', ha intenzione di accogliere i migranti o vuole la ribellione per dire che se ne devono andare dal paese? Io penso che sia la seconda. È un'operazione tutta giocata sulla paura".
La mia sensazione è di rabbia e paura a un tempo. Ma non perché mi senta invasa ma piuttosto perché questa situazione è estremamente pericolosa. Siamo entrati in guerra di cui non si comprende la natura né sono chiare quali saranno le sue prospettive future: l’unica cosa certa è che è un’operazione svolta sul filo del rasoio, in un contesto di gran confusione e in cui ogni passo falso può essere fatale. A Capodichino c’è la base delle operazioni, l’esercito nazionale è mobilitato. I cieli irpini sono attraversati da aerei che non sono civili e io la scorsa settimana ho viaggiato con due soldati sulla cui divisa c’era lo stemma dell’ONU: come me, erano diretti a Napoli. A Lampedusa, quella stessa gente che prima soccorreva i naufraghi, li assisteva dando loro cibo e vestiti, in nome di quell’accoglienza tipicamente meridionale, oggi chiede a Gheddafi di ripetere l’esperimento missilistico del 1986 ma di non sbagliare la mira questa volta!
Io chiedo all’Italia e agli italiani di svegliarsi da questo pericoloso torpore in cui è passivamente caduta, di riaccendere la propria mente e di spegnere la TV con i suoi programmi demenziali per tornare a guardare il mondo con spirito critico e intelligenza. L’Italia è storicamente una porta tra due mondi: chi è del sud lo sa ancora meglio. E chi è del sud, almeno una volta avrà sentito raccontare il dramma di essere migrante in terra straniera, sia pure restando in patria. Io l’ho sentito raccontare e questo mi ha segnata profondamente. Sono racconti che tengo sempre a mente per ricordare a me stessa chi sono e da dove vengo. E me ne ricordo ancora di più quando vedo i volti segnati dalla disperazione di chi è visto come una bestia, un parassita e non come un uomo. Dobbiamo essere tutti solidali con i lampedusani, appoggiarli contro un governo che usa la vita come umana arma di ricatto come, fino a pochi mesi fa, ha fatto quello stesso dittatore che noi oggi bombardiamo sotto il finto stendardo dei diritti umani, sporchi di petrolio. Abbiamo conquistato la Libia e la Libia ha finito per conquistare noi, economicamente e psicologicamente. Se gli italiani ritrovassero la loro memoria storica, ufficiale e popolare, non avrebbero politici che non sanno perché il 17 marzo è stato scelto per festeggiare l’unità nazionale, politici che baciano la mano di dittatori, politici che mettono l’uomo contro l’uomo per indebolirlo e meglio controllarlo. Io non crederò mai che quella stessa Lega Nord che, nel migliore dei casi, ci chiama terroni sia preoccupata per l’emergenza che non c’è: la Lega Nord sta usando noi e gli africani per i suoi scopi, ancora una volta.
Vi consiglio di leggere:
"Gli italiani in Libia" e "Italiani brava gente" di Angelo del Boca
"Tripoli bel suol d'amore" di Salvatore Bono e
più facili da reperire, i libri del giovane ma estremamente capace, Gabriele del Grande tra cui "Mamadou va a morire" e
"Il Mare di Mezzo, al tempo dei respingimenti" e il suo blog in rete FORTRESS EUROPE (in italiano)
Vi consiglio di gurdare "Il leone del deserto" e il documentario di Dagmawi Ymer "Come un uomo sulla terra"
Ci si può informare: basta volerlo...Non voltiamoci più dall'altra parte!




















