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Non possono che crescere le perplessità sul conflitto in Libia, questo piccolo ma ricchissimo Paese particolarmente attenzionato fra quelli interessati dalle cosiddette "rivoluzioni del pane".
I malumori in terra libica ignorata dai servizi segreti, l'ingiustificabile attesa internazionale che ha permesso prima ad un Gheddafi oramai accerchiato di riorganizzarsi grazie all'arrivo dei rinforzi prezzolati e poi di marciare attraverso la Libia alla riconquista dei territori perduti; la successiva corsa al primo che fa la guerra; i battibecchi sulle poll position. Una spartizione di meriti e ricchezze prima ancora di vincere.
L'impressione è che la storia non cambi mai: in piena crisi economica scatta la guerra al ricco fino a quel momento solo tollerato così da racimolare vantaggi in termini politici ed economici. Una mentalità antica che si intreccia con la bugia e la dissimulazione eletta a sistema.
E' così che un uomo proclamato saggio, partner credibile e affidabile, in un giorno viene riconosciuto dittatore sanguinario; con il suo popolo come vittima.
La lettura di un po' di storia recente avrebbe fatto realizzare a chiunque che il rais era già il protagonista di sommosse antisemite in patria, di attentati ad aerei, di omicidi degli avversari politici, di collisioni con il terrorismo.
E allora, chi è il voltagabbana? La verità è che i cosiddetti leader non vedono la mano insanguinata del mostro se nell'altra c'è il denaro; e se entrambe le sue mani grondano sangue sono attratti solo dal bottino alle sue spalle, lasciato incustodito.




















