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Home Politica Sindacati, non mollate! L’art.18 è un baluardo di civiltà

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Un invito farei ai Sindacati, che ora stanno discutendo col Ministro del Lavoro sul tema dei contratti salariali dei lavoratori: non fidatevi di Veltroni o dei politicanti come lui che sono sempre e solo vissuti di politica e che poco capiscono del mondo del lavoro, e che oltretutto in passato hanno diviso le sinistre e spaccato il fronte dei lavoratori (con i bei risultati che ne sono conseguiti) e sono sempre stati disponibili a politiche non tanto di compromesso quanto piuttosto di “inciucio” con le controparti; difendete i diritti dei lavoratori seri ed “onesti” che vogliono vivere dignitosamente del proprio lavoro!  Non permettete che il “mercato del lavoro” diventi il “mercato degli schiavi”!
  Cercate piuttosto un accordo sulle “modalità di applicazione” dell’art.18, fonte di tante diatribe  e di tante controversie, nel senso di DEFINIRE MEGLIO LA COSIDDETTA “GIUSTA CAUSA” necessaria per un eventuale licenziamento, anzitutto esigendo una più rapida procedura giudiziaria (con una corsia preferenziale presso il Giudice del Lavoro) ma anche rinunciando alla difesa ad oltranza di lavativi, profittatori, assenteisti cronici e di quanti non si impegnano con serietà nel proprio lavoro.
  E se questo deve valere per il settore “privato”, altrettanto ed a maggior ragione dovrebbe valere per il settore “pubblico” e A TUTTI I LIVELLI (dai “capi” ai “bidelli”), in caso contrario si offenderebbe non solo il buon senso ma anche il principio di equità, sancito anche dalla Costituzione, che dice che tutti i Cittadini devono essere uguali di fronte alla legge.
   Se quindi bisogna essere intransigenti sul mantenimento dell’Art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, norma di Civiltà introdotta saggiamente nel 1970 a tutela dei Lavoratori, contemporaneamente penso che si dovrebbe essere più duttili sulle sue norme applicative, accondiscendendo a discuterne con le controparti (Governo e Confindustria) in modo da trovare un possibile giusto, equilibrato e ragionevole accordo.
  Non torniamo indietro! Cerchiamo di difendere quelle garanzie sul lavoro che le generazioni precedenti hanno introdotto, non è che distruggendole favoriamo il progresso e la civiltà.
  Cerchiamo piuttosto di introdurre con sagge leggi quegli incentivi, sia economici che normativo-burocratici, atti a FAVORIRE IL LAVORO NEL NOSTRO PAESE (gli Economisti veri non dubito che sapranno trovarli) in modo che non venga trasferito in altre regioni del mondo dove esistono  incentivi ed il costo del lavoro è inferiore, perché  QUESTO E’ IL VERO PROBLEMA !  E possibilmente anche escogitando dei “disincentivi” e delle “penalizzazioni” per quanti ora purtroppo “delocalizzano” le produzioni, anche obbligandoli  – perché no? -  ad andare a vivere stabilmente in quei paesi dove hanno delocalizzato le fabbriche e pagano le tasse (irrisorie): perché infatti dovremmo considerarli ancora “Italiani”? 
   Così come gli immigrati che si sono trasferiti stabilmente e lavorano regolarmente nel nostro Paese, e vi pagano le tasse, dovrebbero essere considerati – come ben dice il Presidente Napolitano - a tutti gli effetti “cittadini Italiani”, così quegli imprenditori che trasferiscono le  aziende all’estero dovrebbero per legge essere privati della “cittadinanza italiana”  per assumere quella del paese in cui hanno trasferito le produzioni. Certo, è un problema di diritto internazionale, ma vista la situazione drammatica in cui ci troviamo non sarebbe il caso di cominciare a discuterne? In Italia e in Europa.
 
Varese, 20 febbraio 2012                                           Giovanni Dotti

P.S. Un elogio vivissimo alla splendida lettera “magistrale” del prof. Vitelli  (n. 324 di febbraio su VARESE NEWS, che ho appena letto) che prendendo spunto dalle “Foibe” spiega  come dovrebbe sempre svolgersi l’analisi e l’interpretazione “obiettiva” degli avvenimenti storici.

 
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